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24 agosto 2013

Le due forze

Molteplici fattori condizionano la nostra crescita come esseri umani: l'ambiente famigliare, il contesto culturale, il DNA... ma anche le opportunità, gli ostacoli, le coincidenze, l'amore ricevuto e donato, le scelte intraprese o mai affrontate... Il che, in pratica, è un miscuglio di elementi fra predeterminati e fra attivati dalla nostra stessa coscienza. A questo insieme di elementi, tuttavia, manca un altro importante ingrediente, quello che chiamo "forza del destino".

Cosa si intende per destino? Alcuni pensano che il concetto di destino implichi che ogni cosa sia determinata, cioè che, indipendentemente da come si agisca, si arriverà comunque a un dato passo del proprio percorso. Altri rifuggono totalmente l'idea che possa esserci qualcosa di predeterminato. Altri ancora pensano, invece, che il destino esista, ma solo per gli eventi più significativi della vita.

Cara anima che mi leggi, se tu potessi unire con una linea immaginaria tutti i momenti della tua esistenza, sono certa che scorgeresti un disegno, probabilmente con alcune aree ancora da completare.

Questo significa che il destino esiste? Sì... ma non devi pensare al destino come a qualcosa che interferisce o annulla il tuo libro arbitrio. Si tratta piuttosto di un insieme di qualità che anelano a realizzarsi attraverso di te. La quercia anela a realizzarsi attraverso lo sviluppo del seme, essa rappresenta per lui il suo destino. Allo stesso modo, esiste un "potenziale realizzativo" inscritto in ciascuno di noi, che vuole germogliare.

Pensa al destino come a una forza che ti attira magneticamente verso una meta, così come il Polo Nord attira l'ago della bussola e indica la direzione. Qualunque sia la meta che è in serbo per te, essa implica sempre una crescita della coscienza, nel bene e nel male.

A volte percepisci la forza del destino quando, coltivando le tue aspirazioni, senti la gioia maturare e con essa la tua forza interiore. Altre volte ancora, raggiunto un certo risultato, provi la sensazione di essere come arrivato là dove già eri atteso, e allora comprendi il senso di tutti i bivi e gli ostacoli che ti hanno portato a quel punto.

In genere si pensa che noi siamo "causati" dal nostro passato. Questo è corretto, ma solo in parte. Ciò che i più ignorano è che la forza del passato, detta anche "forza delle radici", non è l'unica spinta a modellarci. C'è anche la forza del destino, che ci chiama da un tempo che ancora deve essere, ma che prima o poi sarà.

La forza delle radici e la forza del destino sono importanti allo stesso modo. Esse sono inoltre collegate reciprocamente e nell'una si trovano i semi dell'altra. Per esempio, a volte dentro un grande coraggio alberga il passato di una profonda timidezza, che fu il seme dal quale emerse tutto il resto. E, dentro una profonda timidezza, alberga l'inconscia e inquietante visione del grande coraggio che si è destinati a manifestare.

Noi ci troviamo sempre nel mezzo di queste due forze, ed è bene ascoltarle entrambe. Guardare agli eventi solo dal punto di vista del passato, di ciò che è stato, è usare metà della visione, una metà "maschile", razionale, lineare. Ignorare la qualità del proprio terreno di discendenza, presi dal progettare il proprio futuro, anche in tal caso è usare metà della visione, quella "femminile", simbolica, analogica, creatrice di ciò che ancora non è.

Possiamo e dobbiamo, invece, integrare entrambe le forze. Del passato si elabori il terreno, il suggerimento e il dono (che c'è sempre) dei suoi semi, che è l'humus della nostra trasformazione. Del futuro, si accolga coraggiosamente la spinta a evolvere nella direzione che forse più ci spaventa, ma dove sappiamo che ci ritroveremo più grandi, in ogni senso.





Letture consigliate:

Metagenealogia di Alejandro Jodorowsy
Libro degli Angeli di Igor Sibaldi
Il Codice dell'Anima, di James Hillman.

11 agosto 2013

L'accoppiata narcisista-dipendente

Un po' troppo spesso raccolgo le lamentele degli amici per quello che riguarda le loro storie d'amore. A ben guardare, spesso noto il ricorrere di uno schema preciso, quello che vede l'accoppiata narcisista–dipendente.

La personalità narcisista in genere affascina tutti per il suo apparente carisma, ma poi nei fatti non fa che lasciare dietro di sé scie di cuori infranti (partner d'amore o di lavoro che siano), che lui ha usato e buttato via appena se ne è stancato. Il narcisista ha bisogno di un pubblico poiché è assetato di attenzione e, pur di essere applaudito, è davvero capace di attrezzare messe in scena che hanno dell'incredibile, manipolando, confondendo, illudendo. Nei ricordi delle persone, dopo che l'hanno conosciuto bene, occupa un posto assai sgradito.

Il bisognoso, o dipendente affettivo, ha alla base una scarsa autostima di sé. Non riesce a sentirsi nutrito di se stesso, ad apprezzarsi e ad amarsi, per cui cade facilmente vittima del senso di vuoto e di inadeguatezza. Ogni innamoramento diventa per lui motivo di rinascita e… di attaccamento. L'abbandono che incontra nelle relazioni (inevitabile, essendo egli il primo ad abbandonare se stesso), rafforza in lui la convinzione più o meno inconscia che non merita di essere amato. 

L'accoppiata narcisista-dipendente in genere vede lui narcisista e lei dipendente, tuttavia capita tranquillamente anche il contrario.

Ecco, per esempio, che l'amica si lamenta del suo lui perché distaccato, perché dopo breve tempo ha cambiato atteggiamento, è diventato contraddittorio, la fa sentire poco amata… Lui, d'altro canto, si lamenta che lei vuole correre troppo, si fa film nella mente, è troppo bisognosa, non accetta il suo bisogno di spazio... e così via.

Ebbene, c'è una cosa importante da capire: se riconoscete nel vostro lui o nella vostra lei il narcisista o il dipendente, sappiate che anche voi, in qualche modo, fate parte del gioco. Infatti, non esiste narcisista senza dipendente affettivo, e viceversa. Il narcisista, per sentirsi potente e nel controllo, ha bisogno del dipendente affettivo, perché sa che con lui potrà averla vinta e rimanere sul piedistallo. Il dipendente affettivo, a sua volta, si sente attirato dal narcisista perché inconsciamente vuole guarire dalla ferita del rifiuto, e sente che il narcisista è il candidato perfetto per vivere un'altra storia di perfetto disamore!

L'uomo che non voglia più attirare storie con donne bisognose e dipendenti affettivamente, deve curare il proprio narcisismo. Significa che deve imparare a essere più vero, a esporsi in modo onesto, a non manipolare o fare il compiacente per il gusto di un applauso. La prova per lui più difficile è vivere senza maschere, essere visto per quello che è veramente. Solo senza maschere si può instaurare un rapporto autentico con qualcun altro.

La donna che non voglia più attirare relazioni con uomini narcisisti, deve guarire la propria dipendenza affettiva. Significa che deve imparare a diventare la fonte del proprio nutrimento emotivo, a riscoprire l'essenza della femminilità che è un'essenza autonoma, generatrice di vita. Imparando ad amarsi e a rispettare se stessa, non troverà più attraente colui che, più o meno velatamente, la maltratta.

Capita anche che, a seconda delle persone e dei momenti di vita, si oscilli da una configurazione all'altra. In ogni caso la via è sempre la stessa: autenticità, rispetto degli altri e amore per se stessi.







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3 agosto 2013

Chi sono io?

C'era un tempo in cui mi chiedevo "Chi sono io?" E per un po' ho anche cercato di rispondere a questa domanda. Finché ho capito che non solo la risposta non sarebbe arrivata, ma che la domanda stessa non aveva senso.

Il nostro desiderio di "sapere" nasce spesso da un presupposto che diamo per scontato, ma che scontato non è affatto: quello che la mente sia il mezzo per conoscere la verità.

La mente è uno strumento magnifico, grazie al quale possiamo astrarre dei concetti e costruire un linguaggio. La mente serve a organizzare, a gestire misure. Non a svelare l'essenza di un cammino.

Chi conosce l'essenza è l'io. Ben venga la mente, poi, per organizzare l'interfaccia con il resto dell'esistenza.

Come parlare con l'io, dunque? Come interrogarlo?

L'io ha un linguaggio molto pratico. Per dialogare con lui, devi usare il quotidiano, devi testimoniare la tua domanda attraverso le scelte che fai ogni giorno. Solo in questo modo ti condurrà alla risposta.

Le domande si fanno con le proprie azioni, con quello che si costruisce, non mettendo un punto interrogativo alla fine di qualche parola. In quest'ultimo caso, si tratta di domande per la mente e non per l'io. Domande sterili, a cui seguiranno risposte sterili.

Magari sei il seme di un mandorlo, e chiedi alla mente chi sei. Ed essa risponde che diventerai un melo, perché sei nato in un campo di meli... La mente non può essere interpellata per conoscere la direzione della propria crescita, poiché essa non vede oltre la propria conoscenza. E anche se ti rispondesse che diventerai un mandorlo, non saresti comunque soddisfatto, perché non ti riconosci ancora come tale.

Allora chiedi all'io... e affinché l'io capisca la tua domanda, devi essere "pratico" e mostrargli come ogni giorno stai cercando di crescere e germogliare, in quanto la tua domanda è sapere chi sei, sapere cosa diventerai.

Quando chiedi in questo modo, l'io comincia a guidarti, suggerendoti nuove vie per essere nutrito e protetto, e per superare gli ostacoli della scoperta.

Finché arriva il momento in cui fiorisci dei tuoi stessi fiori... E capisci che il loro profumo è la risposta che cercavi.

Non puoi "sapere" chi sei. Puoi solo "essere" chi sei.





2 agosto 2013

Punture di insetti, disagio e guida interiore

La scorsa settimana sono entrata in un parco che non avevo mai visitato. Faceva caldo e avevo bisogno dell'ombra degli alberi per trovare un po' di ristoro. Dopo pochi passi, ho provato una sensazione di disagio. Non sapevo se fosse per l'afa, per  le piante incolte e trascurate che ferivano il mio sguardo, o per il fatto che qualcuno stesse gridando in un megafono da qualche parte. Continuando a camminare, la sensazione di disagio permaneva. Ho deciso di ignorarla e di sedermi sotto un albero.

Dopo meno di un'ora, ero già di ritorno a casa, piena di fastidiose punture di insetti.
La tentazione, a cui ho ceduto durante i primi minuti, è stata quella di lamentarmi. Anche perché i bozzi provocati dalle punture erano davvero grossi e temevo di dover andare al pronto soccorso.
"Ecco, lo sapevo, dovevo ascoltare il disagio!" mi sono detta.

In realtà, ogni problema, grande o piccolo che sia, porta sempre un insegnamento. Quindi, dopo un profondo respiro, mi sono chiesta: "Cosa mi vuole insegnare questo piccolo incidente?"
E poi è sorta spontaneamente una risposta, anche se si è presentata nella forma di un'altra domanda: "Perché non hai ascoltato quella voce interiore che si manifesta come disagio?"

Già, perché? ... E' perché avevo fretta di soddisfare i miei bisogni.
Avevo la necessità di trovare ristoro e, per cercare di assecondare questo bisogno, ho messo a tacere il disagio, che invece voleva avvertirmi che quello non sarebbe stato un luogo "riposante" e sarebbe stato più opportuno cercare un altro parco.

La dinamica non è per nulla diversa da situazioni ben più importanti che possono riguardare la scelta di un lavoro o di un partner: in gioco ci sono dei bisogni e, nel cercare di soddisfarli, spesso si ignorano tutta una serie di segnali... Solo alla fine, dopo diverse vicende, ci si ritrova a dire: "Lo sapevo! Dovevo ascoltare quella sensazione!"

Avere bisogni o desideri è naturale e ciò non rappresenta mai il problema. Il problema è semmai il tempo e il modo in cui vogliamo soddisfarli: subito e con la prima situazione che si mostri utile a tal scopo! E se ci sono sensazioni di disagio, ovviamente, le cancelliamo istantaneamente dalla nostra coscienza!

Magari vorremmo amare ed essere amati, e spinti da tale bisogno ci attacchiamo come avvoltoi alla prima persona che abbia la parvenza di un partner, sottovalutando altre importanti sue caratteristiche, come il suo mondo di valori e in che maniera li mette in pratica (cosa che richiede un certo tempo di osservazione). Oppure abbiamo il bisogno di sentirci apprezzati, e allora diamo attenzione a persone che in quel momento ci lusingano, ma che hanno dei secondi fini... E così via.

In tutte queste situazioni ci sono sempre dei segnali, delle piccole avvisaglie che, a guardarle con occhio distaccato e senza la fretta della compulsione, si rivelerebbero come cartelli premonitori che indicano un percorso più che accidentato. Ma noi, ostinati nel perseguire i nostri "desideri", ignoriamo quel piccolo e stupido disagio, e percorriamo la strada fino in fondo, fino a farci male.

Eppure il disagio - quel qualcosa che "non quadra" - è lì proprio per aiutarci. Il disagio ci rivela che quello non è il modo, il luogo o il tempo giusto per raggiungere i nostri scopi, e ci invita a guardare a vie più "vere" per noi, libere da attaccamenti, da decisioni prese per pigrizia o per senso di colpa.

Nuovamente memore di questo piccolo grande insegnamento (a volte si dimentica l'ovvio!), per me essenziale visto che sto attraversando un periodo fatto di bivi ravvicinati, sono tornata a casa felice e contenta, e ho ringraziato i fastidiosi insetti per avermi ricordato di ricordarmi di me stessa (scusate il gioco di parole) e quindi di non sottovalutare mai un segnale.

Dentro di noi, a ben vedere, è racchiuso un importante sistema di guida allineato con l'intento della nostra anima. Questo sistema di guida ci manda dei segnali che corrispondo in un certo senso al semaforo verde e rosso, che sono rispettivamente la gioia e il disagio.

Gioia e disagio sono dimensioni interiori che non sono mai distaccate dalla fisiologia, ecco allora che trovano corrispondenza nel modo in cui respiriamo, nella sensazione di pesantezza o leggerezza che ci prende allo stomaco, nel sentirci più o meno carichi di energia, e così via.

Se ascoltiamo le sensazioni nel nostro corpo, ritroviamo i segnali che ci indicano la strada giusta per noi. Diversamente, qualunque strada ci donerà comunque un insegnamento... ma avendo un sistema di guida, perché non utilizzarlo?

Attenzione: disagio e gioia sono sensazioni molto sottili. Non si impongono mai alla coscienza in modo eclatante o imperioso (anche se può capitare, ma non è il modo usuale).
Accadono in un piccolo spazio dentro l'infinito del nostro essere. Per ascoltarli, dobbiamo imparare a far tacere il rumore della mente e l'ansia delle emozioni.

Com'è finita, poi, con le fastidiose punture?
Non so se sia stata la gratitudine verso gli insetti (perché mi avevano ricordato di prestare attenzione al sistema di guida interiore), ma dopo poche ore i bozzi provocati dalle punture erano quasi spariti.
Se vi capita di essere punti, potete provare anche voi: non inveite contro mosche, ragni o zanzare (tutto ciò cui andate contro, aumenta; è una legge di Natura!) ma ringraziateli comunque, sforzandovi di trovare dei lati positivi alla situazione (la gratitudine fa miracoli...).
Se volete, in aggiunta, potete lenire le punture con del gel di aloe, tea tree oil oppure olio di neem (o usare una miscela di questi tre ingredienti insieme), che a casa mia non mancano mai: sono davvero ottimi per tutti i vari problemi di pelle.