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21 aprile 2013

Ostacoli e riti di passaggio

Pulizie di primavera iniziate. Iniziati nuovi intenti. Nuove azioni. Nuove incertezze. Nuove possibilità. E nuovi ostacoli! E' mai possibile che ogni volta che "alzo" la mia vibrazione in direzione di un cambiamento, gli ostacoli si concentrano e si appiccicano come insetti sulla carta moschicida? Ahimé, non solo è possibile, ma anche abbastanza prevedibile! Mi spiego meglio...

Se stiamo attualizzando un cambiamento e scalpitiamo per abbeverarci alla nuova energia, ma allo stesso tempo ce ne capitano di tutti i colori, potremmo essere indotti a pensare che la serie di intoppi sia una specie di cartellonistica con sopra scritto "strada sbagliata"! Attenzione: non sempre è così!

Quando siamo pronti per vivere una nuova frequenza di realtà, ciò che accade è che veniamo messi alla prova. Veniamo, cioè, portati nello spazio-tempo delle iniziazioni, dei riti di passaggio.

In certe antiche culture, quando la bambina era pronta a diventare donna o il ragazzo a diventare guerriero, dovevano affrontare dei rituali, delle prove. La bambina era portata lontano dal villaggio e magari chiusa in una grotta per giorni, da sola con se stessa e il suo buio. Il ragazzo gettato nell'arena con un animale selvaggio, da affrontare a mani nude, oppure appeso per giorni a testa in giù. E così via. Queste prove servivano a "dimostrare" che i giovani erano davvero pronti per entrare in un nuovo "stato".
Non si trattava di tradizioni automatiche o superstiziose, ma il frutto di una saggezza profonda che conosceva le leggi dell'esistenza.

Quando cambiamo il nostro mondo interiore (ad esempio aprendo la mente e il cuore, disintossicandoci da credenze limitanti e attivando nuove possibilità), automaticamente cominciamo a intravedere una nuova realtà che vibra a una frequenza diversa rispetto a quella precedente, allora desideriamo entrarvi in pieno, lasciandoci alle spalle il vecchio territorio.
Se pensiamo che accorgerci delle nuove possibilità e delle nuove frequenze sia sufficiente per entrare in un nuovo stato vibratorio, potremmo ricevere brutte sorprese. Questo, infatti, è il momento in cui gli ostacoli cominciano ad accorgersi di noi. Come mai?

Occorre sapere che ogni frequenza o "gruppo di frequenze simili" ha il suo Signore di Realtà che tesse l'esistenza e le sue regole in base a quella stessa frequenza.

Il Signore della Vecchia Realtà non ci lascerà andare via tanto facilmente, poiché, da buon sovrano, non vuole rinunciare a uno dei suoi sudditi. Allo stesso tempo, il Signore della Nuova Realtà non ci accoglierà volentieri nel suo regno, poiché siamo ancora intrisi dell'odore e della muffa del vecchio percorso e, magari, siamo anche un po' infettivi.
Ecco che i due Signori, in accordo, ostacoleranno il nostro tentativo di voler passare da un regno all'altro.

Se il nostro cambiamento è autentico e profondo, se proviene non solo dalla mente ma anche dal cuore, terremo duro durante il periodo delle prove, durante il rito di passaggio. Il Signore del Vecchio Mondo mollerà la presa e quello del Nuovo Mondo ci accoglierà infine nel suo regno.
Se, invece, il nostro intento si rivelerà debole, o la paura sarà più forte, torneremo nel vecchio regno, più confacente alla nostra effettiva vibrazione. Almeno fino alla prossima prova, attivata da un nostro ulteriore cambio di frequenza.

Gli antichi stregoni erano a conoscenza di tutto ciò, per questo imponevano al villaggio che i ragazzi in crescita affrontassero i riti di passaggio; in questo modo si onoravano e si dava soddisfazione a entrambi i Signori di Realtà, evitando che dessero ulteriormente fastidio agli iniziati i quali, dunque, erano poi liberi di vivere la loro nuova condizione.

Vero è, anche, che certi ostacoli non sono espressione di un rito di passaggio, ma segnali effettivi che la via intrapresa non è ottimale per noi. Come distinguere i due casi?

Quando stiamo attraversando un rito di passaggio, il nostro cuore freme, solleticato da una sottile eccitazione, dall'impulso alla scoperta e alla riscoperta. Durante le prove, il contatto con il mondo invisibile può farsi più intenso, sentendoci spinti a ricercare il messaggio profondo degli eventi (ricerca non sempre priva di turbolenze: "Dio, ora basta, per pietà! Mandami una e-mail con le istruzioni, che facciamo prima!")
Anche se potremmo non esserne del tutto consapevoli sul momento, interrogando il nostro cuore lo sentiremmo felice della nuova direzione. Sotto la paura e l'incertezza dovuta alla caduta dei vecchi punti di riferimento, troveremmo fiducia o meglio "fede" per ciò che vuole essere e che sarà.

Invece, quando gli ostacoli non esprimono un rito di passaggio ma un avvertimento del Cielo, che ci vuole su sentieri più autentici per noi, non riusciamo a trovare - in quello che stiamo facendo - la nostra gioia profonda, il sentire del cuore. Ci sarà paura o al più irritazione a causa degli ostacoli, che saranno vissuti solo come rallentamento verso gli obiettivi scelti. A una mente separata dal suo intuito profondo, gli ostacoli sembrano solo ostacoli, cioè persone o situazioni da abbattere. Forse possiamo superarli comunque, se ci impuntiamo di farlo, poiché la volontà è una forza potente. Ma sarebbe un peccato investire tanta energia su una via dove non batte il sole della nostra anima.





"[...] Diventa sempre più difficile dividere con un taglio netto psiche e mondo, soggetto e oggetto, qui dentro e là fuori. Non so più con certezza se la psiche è dentro di me o se io sono nella psiche come sono nei miei sogni, nelle atmosfere del paesaggio e nella strada della città, come sono nella 'musica sentita intimamente / da non sentirla affatto, ma finché essa dura, / tu sei la musica'(*). Dove finisce l'ambiente e dove incomincio io, e anzi come posso cominciare, senza essere in un qualche luogo, coinvolto intimamente e nutrito dalla natura del mondo?"
(James Hillman, Il Codice dell'Anima)

(*) T.S. Eliot, The Dry Salvages, in Four Quartets, Faber and Faber, London, 1944.



17 aprile 2013

Pulizie di Primavera

Sono entrata in uno strano periodo di cambiamento. Dico "strano" perché mi porta ad abbandonare (e spesso tutto a un tratto) valori e scelte che consideravo scontati, immutabili, e che d'un tratto invece non sembrano più così interessanti. Ho voglia di mettere via oggetti che più non uso, di fare spazio negli armadi, e nello stesso tempo di fare spazio anche nella mia mente e nel mio cuore. Se mi oppongo a questa "spinta di rinnovamento", mi deprimo o mi ammalo.

Oggi qualcuno mi ha chiesto: "Cosa stai facendo in questo periodo?"
"Sto facendo spazio" ho risposto.
"In che senso stai facendo spazio? Spazio per vedere nuove persone? Spazio per che cosa?"
"Voglio far spazio per qualcosa che ancora non c'è, ma non ho idea di cosa si tratta".
La mia risposta non sembra aver dato granché di soddisfazione.
Eppure sento l'urgenza di liberarmi delle vecchie valigie (voi no??), valigie fatte di cose, di credenze e di rapporti che non servono se non a tenermi in vie piene di buche e trabocchetti che affossano talenti e sogni.

Non lo so perché accade, accade e basta. Arriva un momento dove assecondi la spinta interiore al "rinascimento" e decidi che nessun ragionamento o nessuna emozione tossica potrà fermarlo.
Di cosa è parte tutto questo? Qualcuno direbbe che è parte dei tempi che stanno cambiando, che è parte delle crescite della vita o che, semplicemente, sono arrivate le "pulizie di primavera". Per me è parte di Dio, del suo Piano, di cui mi sento una piccola cellula in azione. E la cellula non può avere il punto di vista dell'intero organo, può solo assecondare il suo "istinto" quando è collegato al Tutto (si spera!).

Questo è un invito a non interferire quando sentiamo quel tarlo dentro che rode e rode, e che non smetterà di rodere finché non gli permettiamo di mangiarsi quello di cui è veramente affamato: idee stantie, emozioni che hanno fatto il loro tempo, strade intraprese ma che sono un vicolo cieco!

Quello che possiamo fare è semplicemente permettere. E, quando meno ce lo aspetteremo, ci troveremo già a ricostruire, più pronti a disciplinare, a geometrizzare le forze (come solo la Natura sa fare...). Una nuova energia andrà ad alimentare il fiume del nostro essere, un fiume che cresce in abbondanza e in velocità, che richiede nuovi argini ma anche nuovi percorsi (magari mai concepiti prima!) verso l'Oceano.


Ducks on the Stream: This is a stream that lines my friend's backyard. It's one of the many regulating run-off from the mountains.You know, I lost my cell phone climbing back up the banks right after snapping this photo. But I found it in the grass there later that night.


P.S.
Se - come me - sentite che mettere a posto la vostra casa vi aiuta a mettere a posto l'anima e - sempre come me - l'ordine non è il vostro forte, potreste trovare molto utile il libro In Principio Era il Caos (per me è diventato essenziale!) di Mary Lambert, edizioni Corbaccio.
Un altro testo interessante e pieno di consigli strategici è Tutto a Posto! di Elena Greggia. Ed. Sperling&Kupfer (nel momento in cui scrivo, sul sito di Macrolibrarsi lo danno esaurito, ma vale la pena cercarlo o ordinarlo altrove).



7 aprile 2013

Buttarsi consapevolmente dentro l'abisso

Ogni tanto qualche "sapientone" mi fa notare che "la mente è un principio superiore" rispetto alle emozioni. E me lo fa notare soprattutto se gli racconto dei lavori emotivi che sto facendo per contattare la rabbia e lasciarla essere "allegramente" così come vuole essere, il che suscita evidentemente un certo grado di preoccupazione, per non dire disapprovazione.

Le frasi più gettonate che mi sento dire? Queste: "Le persone spirituali non si lasciano governare dalla rabbia", "Così alimenti l'energia della rabbia nell'ambiente", "Bisogna sacrificare i propri impulsi per costruire l'armonia attorno a sé, sennò la personalità prende il sopravvento sull'anima" e così via. E tutto questo solo per aver manifestato, a gran fatica, un po' di emozioni rabbiose.

Parliamoci chiaro: la repressione delle emozioni è dietro l'angolo, e non c'è niente di più dannoso per la salute e soprattutto di più efficace per farle esplodere!
Allora come la mettiamo con la faccenda della mente che è superiore rispetto alle emozioni?
Devo dire che è proprio così: evolutivamente parlando, il corpo mentale è "superiore" (nel senso che sta "sopra", non che "vale di più") rispetto al corpo emotivo.


Un principio superiore è un principio in grado di governare il principio inferiore, poiché l'energia (permettetemi il termine) scorre naturalmente "dall'alto" verso il "basso".
La mente è su un piano superiore rispetto alle emozioni, dunque, ma questo concetto non di rado è frainteso e spinge i vari "guru" e loro "seguaci" ad accentuare l'opera di giudizio e repressione nei confronti delle emozioni. 

Così, se da un lato abbiamo la schiera di coloro che dicono di "seguire il cuore e non la mente" (ignorando che il cuore è la mente superiore/intuitiva, che non ha nulla a che fare con l'impulso e l'emotività), dall'altra abbiamo coloro che osannano la via yogica del "controllo mentale".
Il risultato di quest'ultima tendenza è che si cerca di rapportarsi e di governare la propria emotività attraverso il linguaggio e la realtà del corpo mentale... (E poi ci si stupisce se a un certo punto vien voglia di ammazzare qualcuno che ci ha tagliato la strada in auto, oppure se dopo vent'anni si è ancora imbrigliati nelle stesse trappole emotive di una volta!)

Usare i mezzi della mente per rapportarsi con il corpo emotivo, ossia "capire" un'emozione, è il modo migliore per non contattarla, ma anzi per violentarla, snaturarla, mandarla ancor più profondamente nell'ombra. Chi lo dice? Lo dice il cambiamento a cui diamo vita quando l'emozione non è più repressa né "capita".
Troppe volte, inoltre, si pensa di contattare l'emozione, ma ancora una volta la si sta osservando attraverso il filtro della mente, negandole di fatto la possibilità di "essere".


Nell'emozione bisogna invece entrarci, farci l'amore, perdersi. Bisogna diventare un po' come lei... ma senza farsi trascinare a fondo.
Come si fa?

Con la presenza.

Presenza significa che non c'è volontà di capire. Non c'è giudizio, non c'è ricerca di cause antiche o future. Solo presenza.
"Mi sento triste o incavolato nero" ... e mi fermo qui, non vado a cercare per forza un "perché". Mi fermo qui e sto con la tristezza o l'irritazione, lascio che pervada il mio corpo, il mio respiro, la mia attenzione. Non cerco di sopprimerla spostando l'attenzione su altro, né di sfogarla con altre persone.
Mi tuffo dentro la marea che avanza, andando più in fondo che posso, a braccia aperte, con il solo proposito di sentirla. Io e lei. Nessun altro e niente altro.


Non si tratta, quando si sta male, di negarsi in assoluto l'aiuto di qualcuno o di una doppia dose di camomilla, ma di concedersi uno spazio dove l'emozione possa avere tutta la nostra presenza.

In base alla 
Legge della Polarità, quando diamo spazio a un principio, in realtà apriamo la porta al suo opposto. Negarlo significa invece rimandarlo nell'ombra dove crescerà in modo smisurato.
Quando diamo spazio a un'emozione, apriamo la porta al suo trasmutarsi. Opponendoci a essa, e cercando di reprimerla, la spingiamo invece a mettere radici nel profondo, da cui emergerà con ancora più forza.
E' per questo che il contatto con le emozioni porta liberazione dalle stesse.

Occorre, come sempre, una certa dose di equilibrio interiore per muoversi nei territori delle emozioni, quindi se pensate che, contattando le vostre emozioni, potreste fare gesti folli o di cui pentirvene, ecco, fermatevi prima perché significa che avete perso la presenza.
Nell'abisso della marea ci si può buttare solo con presenza. Diversamente, si rischia di affogare!
Senza presenza, il contatto con l'emozione rischia di diventare identificazione totale e ciclo infinito che alimenta se stesso.

La presenza nasce dal principio della mente, emerge dalla decisione interiore (che è un atto mentale di consapevolezza) di esserci e lasciar essere.
Un conto è il "controllo", un altro è la vigile presenza che morbidamente accoglie ogni emozione e, così facendo, le permette di evolversi e trasmutarsi... ed è in quest'ultimo caso che la mente manifesta la sua "superiorità". Ma la differenza non sempre è colta dai più.

Il succo di tutto questo discorso è che tra l'identificazione totale con le emozioni, e il reprimerle attraverso il controllo mentale, esiste la strada di mezzo che è il contatto delle emozioni attraverso la presenza.


Non è la via più semplice né la più "larga", perché richiede di buttarsi consapevolmente dentro l'abisso... quando di solito ci si affoga dentro oppure si cerca di "contenerlo". 
Ma è una via che attiva trasformazioni interessanti, perlomeno per chi ha già provato le altre due e si è stancato dei soliti film - sempre uguali a se stessi - che propongono.


at sunset 3: photo take in Mozambique



"Se sono esseri superiori a noi perché non ci parlano chiaramente?"

"Tu sei un essere superiore a uno scarafaggio... Hai mai provato a parlare con lui?"
(Dal film "The Mothman Profecies")

1 aprile 2013

Percorsi


Avere un atteggiamento di ascolto nei confronti degli altri, non implica mettere l'ascolto di sé in secondo piano. Ognuno di noi ha il suo percorso, che è suo soltanto. Nel momento in cui cerca di adeguarlo ai tragitti degli altri, rischia di pervertirlo in altre nature, di allontanarsene.
L'Anima conosce ciò di cui ha bisogno per crescere, ed è proprio lì che ci spinge, attraverso i desideri, la gioia e il senso di pienezza che proviamo quando la direzione è riconosciuta e intrapresa. 
Ma ascoltare l'anima non è semplice, se il suo tempio terreno - il corpo - è intossicato da cibi fisici, emotivi e mentali, e da atti mancati o che non esprimono la nostra essenza.
Per fortuna, ci viene in aiuto la malattia, metafora di una verità inespressa che chiede di essere riconosciuta e integrata. Un invito a fermarsi, per correggere la rotta in direzione di noi stessi.
Portare luce significa accendere il lume della coscienza, che è ben più che "capire" con la mente. E' esserci. E' diventare quel percorso che ci sta aspettando.



Img by Savannah Park Path