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11 marzo 2011

76. Se solo le cose fossero andate diversamente...

Le cause dei nostri malesseri

I miei pensieri di questi giorni sono troppo intensi, troppo automaticamente intensi: non sono io a esserne padrona, non sono "io" a pensare. Chi pensa, allora? La domanda mi fa accorgere che sto eseguendo un "programma". Un elemento molto attivo di questo programma vorrebbe farmi credere che le cause dei miei malesseri risiedono in qualcosa accaduto nel passato.

Il giorno prima il vicino ci ha insultato. L'altra settimana il capo ci ha negato un aumento di stipendio. Quella prima il fidanzato (oramai ex-fidanzato) ci ha spezzato il cuore. Mesi fa abbiamo subito una delusione da un famigliare. Da bambini siamo stati maltratti. E l'astrologa ci ha pure svelato che nella vita precedente ci hanno accoltellato. Tutto ciò dovrebbe giustificare e spiegare il nostro stare male.

Siamo sicuri? Siamo davvero sicuri che il nostro stare male oggi dipenda da quanto accaduto non-oggi?


Il (presunto) potere del passato

Se il passato ha questo potere, allora quello che io provo adesso ha poco a che fare con quello che io sono adesso, e soprattutto non posso rimediare molto in quanto il passato... è passato!

Gran bella sfiga! Ecco spiegato perché molti cercano di cancellare sia il passato, sia il presente... che tanto dipende dal passato stesso (TV, soldi, birra e speranze per il futuro sono i metodi più gettonati per cercare di tirarsi fuori da questa spietata linea del tempo)...

Mettiamo uno stop a questo programma!

... Non voglio far intendere che gli eventi ci devono lasciare indifferenti o che non ci plasmano. La vita ci plasma, eccome. In un certo senso, tuttavia, noi non siamo il nostro passato. Siamo sempre e solo il nostro presente. E' in ogni momento dell'adesso che attraversiamo il territorio dell'esistenza, tra un fiume e un monte, tra un bosco e un deserto, perché è solo nel presente che muoviamo i nostri passi. Plasmiamo noi stessi, istante dopo istante.

Ogni sentiero è in noi

Alcuni sentieri accadono improvvisi e hanno la strada piena di pietre taglienti. Questo a volte è davvero spaventevole, non si può negare. Quando, invece di opporci, accettiamo di incamminarci su tali percorsi,  raccogliamo la possibilità di diventare più di quello che siamo già (e trasformare la paura in coraggio, che è avere più cuore).

Non incontriamo mai sentieri che non siano fatti per le nostre gambe.

Se qualcosa ci ha ferito, se qualcosa ci ha stravolto fin nel midollo, significa che dentro di noi c'è un "sentiero tagliente" che quell'evento ha messo in risalto. Il sentiero, tuttavia, è in noi. Forse, allora, dobbiamo solo imparare a indossare scarpe più adatte - nuovi "io" - per entrare in quel luogo che ci chiede di essere attraversato.

I traumi sono detonatori

Credere che la nostra parte dolente abbia causa in un "evento esterno" è un modo triste per continuare a vivere come schiavi, e non come padroni del nostro territorio. Un territorio che la nostra anima - il nostro Sé più grande - ha scelto per noi!

I traumi - dice Jodorowsky - sono detonatori per le malattie che abbiamo già dentro.

Se io ora sto male per qualcosa che è successo nel passato (che si tratti di poche ore fa o di anni) non è a quel passato che devo guardare, ma al mio star male in questo momento. Il passato è una torcia lontana che illumina questa parte di me, che è al buio. E questa parte è qui e ora.

Cosa significa? Significa che tutto quello che c'è da sapere e da fare, è a portata di mano. E' sempre a portata di mano!

Nutrire l'impotenza

Lo so, lo so... la mente si ribella, le emozioni gridano "al ladro!", tutto ci dice che siamo stati offesi, abbandonati, maltrattati... che non possiamo evitare di sentire il bisogno di qualcosa... che non si può fare nulla. Rimuginiamo, allora, la più assurda delle credenze: "Se solo le cose fossero andate diversamente (l'amore, il lavoro, gli amici...) oggi starei meglio!"

Vogliamo davvero continuare a dare la pappa a questo stato di sonno?! Vogliamo davvero continuare a tuffarci e a sguazzare nel dolore provocato da una simile condizione di impotenza?!
Tutti bravi a parlar male del diavolo e a esaltare Dio e i buoni valori... ma quanti diavoli brindano soddisfatti ogni volta che agiamo in questo modo, e non ci "siamo"?

La pratica dell'ascolto

Un modo per esserci, è stare nell'ascolto.

Ascoltiamo il bisogno, la seduzione della sua promessa di appagamento. Accade adesso.
Ascoltiamo la depressione, ascoltiamo la sua voce grigia e densa. Accade adesso.
Ascoltiamo la rabbia, quell'energia che vorrebbe frantumare ogni cosa. Accade adesso.
Ascoltiamo la sensazione di disagio, qualunque essa sia. Ascoltiamo e basta. Accade adesso.

Ascoltiamo senza giudizio, con dolcezza e compassione, senza identificarci con l'emozione stessa. Permettiamole di essere così come vuole essere, non "carichiamola" in automatico e neanche cerchiamo di soffocarla. Stiamo semplicemente in ascolto, come degli scienziati che devono scoprire qualcosa e si rendono conto di quanto sia importante non distrarsi e allo stesso tempo non interferire.
Accogliamo con delicatezza tutto quello che vuole emergere, ogni volta che ne abbiamo l'occasione. Questo richiede più tempo dell'immediatezza di un ragionamento. Richiede di esserci.

Quando ci mettiamo in ascolto, a un tratto scopriamo che l'emozione, questo buco emotivo, c'era già prima dell'evento traumatico; ne avevamo già sentito il sapore in qualche modo. Allora, se non fosse stato per quel determinato evento che l'ha attivata, intuiamo che ce ne sarebbe stato sicuramente un altro. Così, smettiamo di rimuginare su chi o cosa ci ha ferito, e "capiamo"... o meglio, sentiamo...

Il ragionamento cerca una causa

Stare nel momento presente, ascoltare il disagio nel momento esatto in cui emerge, è una pratica che porta più in là di qualsiasi ragionamento. Il ragionamento, inoltre, per sua stessa natura cerca una causa, e può cercarla solo nel passato. E in questo ci allontana da noi.

Sciogliere i nodi

L'ascolto e la presenza, invece, hanno la capacità di sciogliere i nodi della nostra fitta rete interiore. Se non ci opponiamo alle nostre parti dolenti (giudicandole o sotterrandole) ma dolcemente le solleviamo alla luce della nostra presenza e compassione, esse pian piano si ammorbidiscono, e anche i traumi con cui sono entrate in risonanza perdono la propria forza incisiva.

In pratica, accade che non tratteniamo più, con nodi grossi e pesanti, i traumi... e così essi scivolano via, ci attraversano.

Siamo noi stessi - con la nostra configurazione interiore - a determinare cosa del passato è un trauma che verrà trattenuto dentro di noi o cosa invece è un evento che può fluire via.

Tutti gli Dei vanno onorati e riconosciuti

Tutti gli Dei viventi del nostro cielo interiore vogliono essere onorati e riconosciuti, come ci insegna la mitologia, sennò le parti lasciate nell'ombra insorgeranno contro di noi, alleandosi con i traumi.

Una precisazione: individuare gli eventi del passato per fare una mappa del nostro territorio emotivo non è sbagliato, ma la chiave di accesso al territorio e la possibilità di camminarci effettivamente, si trova nell'ascolto di quel che emerge nella realtà del momento.

Una gioia profonda

Pian piano, imparando a contattare ogni nostra dimensione, a rispettare le nostre emozioni e a prenderci cura di noi, scopriamo - e per alcuni è una vera e propria sorpresa - che c'è una gioia profonda che ha origine nell'adesso, in quello che si è (tempo presente!), qualunque cosa sia accaduta nel passato.

Niente e nessuno al di fuori di noi può colmare le nostre paure o attraversare un sentiero difficile ma che è parte del nostro viaggio. Proprio così, niente e nessuno. La responsabilità è nostra. La scelta è nostra. Con l'atto della presenza, costruiamo la nostra forza e la nostra luce.

"Se solo le cose fossero andate diversamente..." diviene allora una frase che perde ogni senso, perché siamo immersi nei nostri passi e li abbracciamo in pienezza e con amore. E sappiamo che questo è il dono più grande che possiamo fare alla vita.





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